Sono un consulente e formatore in marketing
e comunicazione, esperto internazionale di sviluppo turistico e territoriale.
Ma oltre che di turismo e viaggi mi occupo da un po’ di tempo di
crescita personale e sviluppo del potenziale umano, intervenendo come
trainer in corsi e percorsi di quello che ritengo sia il viaggio
essenziale per ogni essere umano: il viaggio interiore alla
conoscenza ed esperienza di Sé.
Ed il titolo del mio intervento oggi, “Riti di passaggio ed Iniziazioni:
la valenza dell’approccio empirico”, vi vuole parlare proprio
di questo, del viaggio interiore e delle sue tappe, ovvero dei vari momenti
di passaggio, attraverso rituali simbolici ed iniziatici, che portano
ogni uomo e ogni donna a scoprire chi sono.
Spesso la nostra vita viene dominata da un’idea,
una sola ed unica idea, sintetizzabile a volte da una singola frase: struttura
la nostra realtà e condiziona il nostro agire e quello delle persone
che interagiscono con noi, limita il nostro potere di azione nel mondo.
Molti vivono una intera esistenza senza dare ad essa
una voce, vivono in modo inconsapevole, non comprendendo quello che accade,
senza vedere che questa semplice legge attanaglia il proprio essere ed
agire. Non solo il singolo individuo ma anche gruppi nazioni, continenti,
il mondo intero condividono alcuni aspetti di queste idee.
Si parla di background, di inconscio collettivo, di caratteristiche
legate ad alcuni popoli e non ad altri. È a questo livello che
ci sono sintonie e distonie, alcuni aspetti sono condivisi ed arrivano
ad essere discussi, altri sono gestiti a livello di convenzioni sociali,
sono delle verità mute su cui non è neppure pensabile riferirsi,
dei taboo: ad esempio le emozioni permesse e quelle vietate, la morte.
Come in una matrioska ogni livello sociale coniuga le
proprie leggi. Popolo, etnia, paese, famiglia, nucleo familiare, individuo:
ad ogni livello corrispondono punti fermi, ancore, sottintesi, leggi ferree,
che conducono, attraverso una fedeltà a volte incrollabile, verso
una appartenenza che può portare conseguenze devastanti per il
singolo individuo. A sua volta il singolo individuo ha convinzioni e verità
che strutturano la sua relazione con tutti gli altri livelli influenzandoli
a propria volta.
Questo processo di reciproca interazione ha avuto sempre
delle modalità rituali, un legame forte con la nostra evoluzione
sia ontogenetica che filogenetica.
Tutto questo in teoria, ma in pratica? Quali sono gli eventi e le modalità
dell’esperienza di queste speculazioni nella nostra vita?
In questo momento storico i riti che la nostra società
ha utilizzato per scandire l’esistenza ed i ruolo delle persone
sono in crisi: la Chiesa non ha quella forza pervasiva dell’esistenza,
lo Stato vede maggiormente la burocrazia piuttosto che la motivazione
stessa della sua creazione. L’età media è aumentata
in modo vertiginoso, la cultura media anche, togliendo forza a dogmi ed
imposizioni; le fasi dell’esistenza continuano a slittare verso
il futuro. La maturità corporea non corrisponde a quella sociale
e psicologica, i legami sono diversi nelle famiglie, il contatto con la
natura diviene sempre più difficile per merito di agi e ricchezza.
Le comunità grandi diventano sempre più grandi, le realtà
più piccole sempre più abbandonate per motivi socio economici.
Quali sono i posti da occupare nel mondo? Come si fa
a capire quale è il proprio valore? Dove trovare la sicurezza di
appartenere a qualcosa di più che al circolo vizioso che ci propinano
nella quotidianità? Dove trovare la forza per gestire la complessità
di tutto questo?
Non a caso i rapporti tra generazioni, tra uomo e donna sono sempre più
difficoltosi. Quale può essere a questo punto una soluzione?
Andare all’origine, la dove tutti questi linguaggi
hanno preso vita, prima di differenziarsi a seconda della cultura o per
il percorso storico, la dove l’esperienza richiama queste forze
con una potenza non edulcorata da convinzioni e dogmatismi: il primitivo,
l’esperienziale, più vicino al simbolico che al didascalico
moderno.
Ecco che attraverso queste modalità si entra in
contatto con quella parte irrazionale, vitale e connessa al corpo ed alle
sue variegate nature.
In gergo si parla spesso di una dicotomia testa pancia per parlare di
mente ed emozioni, lo sbilancio, nella nostra cultura è a favore
della mente, la “pancia” soffre ed ha ragioni che non possono
essere comprese in modo lineare.
Quant’è vero il fatto che solo passandoci
personalmente si comprendono le cose, non esiste una istituzione per imparare
a vivere, diventare adulti, avere figli, crescerli, avere una relazione
soddisfacente, creare legami, soffrire, morire…
Tutto passa attraverso l’esperienza, anche la scienza
stessa crea leggi basate sull’esperienza e la capacità di
previsione, ma anch’essa non può esistere che all’interno
di cose conosciute.
Rendere la vita conosciuta e non ansiogena, con un sistema
di cognizioni che fa riferimento ad altri sensi, la capacità di
essere comodi nell’indeterminato, imparare a non cercare troppe
spiegazioni perché così è, darsi pace senza perdere
contatto con la realtà ed il proprio dolore.
I riti cercano di fare questo, inquadrano il problema
e fanno riferimento ad un mondo nel quale queste capacità esistono
e la trasportano nella realtà danno senso al non senso, permettendo
a queste energie di trovare un punto per concentrarsi e diventare qualcosa
di cui avere esperienza ed allo stesso tempo trasmetterla, condividerla
nel tempo e nello spazio con i propri simili.
Nel mondo femminile questi eventi sono ciclici, scanditi
dal corpo in modo molto marcato: nascita, pubertà, menarca, fertilità,
menopausa e morte.
Nel mondo del maschile nascita e pubertà non hanno
seguito, nel corpo, fino all’andropausa. Niente nel corpo dell’uomo
sancisce un tempo ciclico, è una linearità, una massima
efficienza fino alla fine della sua fertilità, che prima dell’allungamento
della vita odierno, corrispondeva alla morte.
Ecco la necessità, maggiore per gli uomini che
per le donne, di avere qualcosa che desse loro questa comprensione, questa
esperienza di sé, il passaggio da uno stadio della vita ad un altro.
La nascita per un uomo è già più difficile che per
una donna al concepimento, statisticamente.
Quale spiegazione si può dare un uomo nel cambiamento
del suo corpo durante la pubertà? Il suo corpo non cambia per accogliere
una vita, la sua voce diventa più cupa ed i suoi desideri si connotano
di sensualità e sessualità. Tutto questo viene a togliergli
attenzione ed accudimento perché deve crescere, deve diventare
grande, deve fare l’uomo: gli viene tolta la possibilità
di riferirsi ai suoi genitori per tutto il suo vissuto ed i suoi sentimenti…
per appartenere a cosa? Al gruppo dei possenti uomini che gli insegneranno
a cosa servono i suoi muscoli ed i suoi lombi? Che gli indicheranno una
via sulla quale impegnare le sue energie così abbondanti? Imparare
a cacciare, difendersi e prendersi il suo posto nella sua società?
Gli uomini sono impegnati, ripassa la prossima vita…
ed è questo che succede, i legami maschili passano anche attraverso
tutto questo, se un uomo non si sente potente è perché non
ha trovato un termine di paragone, non lo può trovare, quando gli
sarebbe necessario, soprattutto dentro di se.
Gli adolescenti cercano di avere questo confronto scontro,
a volte sono soggiogati dall’affetto e dalle cure e non possono
che temere la loro stessa natura, altre non possono che continuare a cercarla
in ogni modo lottando con tutto e tutti, a partire dagli insegnanti, i
genitori, la legge, i taboo sessuali, quelli sentimentali, continuando
a lottare fino a che non si scoprono a dipendere da qualcosa che ne ha
distrutto l’identità, la vita, il rapporto con la famiglia,
l’amore, la libertà, il corpo. È colpa dei genitori,
è colpa sua, è colpa della società, del suo ambiente
…………..
Così è. La colpa non serve a cancellare il risultato, il
fine è quello di riportare l’accento sull’identità
sia personale che di genere, per affiancare a questa libertà la
possibilità reale di scegliersi delle alternative non autodistruttive,
che non esacerbino tutte le risorse altrimenti perse o distorte in violenza,
perversione, sofferenza.
I riti sono questo: un modo che ci accompagna dalla nostra
nascita.
Un tempo erano solo essi a gestire le vite delle persone, adesso non sono
più presenti come un tempo… non esiste la giusta misura per
tutti uguale, esiste la consapevolezza di averne bisogno che si conquista
con l’esperienza frustrante della loro mancanza e quella rivitalizzante
della loro riscoperta.
Oggi nei percorsi di crescita personale, soprattutto
a quelli indirizzati agli uomini, si riscopre il mito dell’eroe.
Basta entrare in una libreria e verificare con i pochi libri ad essi dedicati.
(Nel Ventre dell’Eroe di Sam Keen, Il Maschio Selvatico di Claudio
Risè, o l’ultimo libro di Willy Pasini: Uomini da amare)..
La funzione essenziale del mito dell’eroe e costituita
dallo sviluppo di una coscienza individuale.
Il percorso “eroico” sviluppa nell’uomo la consapevolezza
della propria forza e della propria debolezza insieme, in modo da fornirgli
gli strumenti adatti a far fronte agli ardui compiti che la vita gli presenta.
Una volta che l’individuo abbia superato la prova iniziale e sia
entrato nella fase matura della vita, il mito dell’eroe perde ogni
vitalità. La morte dell’eroe diventa il segno di raggiungimento
di questa maturità, una morte che nei miti è causata spesso
da un tradimento o da un “eroico sacrificio”.
Il mito dell’eroe costituisce solo una fase nel
passaggio da un modello psichico di vita ad un altro, ovvero nel riappropriarsi
di un’autonomia che se non viene conseguita rende l’individuo
incapace
di adeguarsi all’ambiente adulto. Quindi il mito dell’eroe
non garantisce in modo assoluto questo passaggio. Esso si limita solo
a mostrare che è possibile. Oggi se cerchiamo su internet è
facile imbattersi in proposte che ricreano un atto eroico, come una camminata
sui carboni ardenti o un arrow-breaking. Vivere queste esperienze procura
una forte dose di adrenalina, si sperimenta che è possibile, ma
dopo poco tempo non si riesce più ad integrare questa consapevolezza
nella vita di tutti i giorni.
Nelle società tribali il rito di iniziazione serve
a risolvere in modo efficace questo problema. Il rituale riconduce il
novizio al più basso livello di identità originaria madre-bambino
o Io-Sé, costringendolo a così a sperimentare una morte
simbolica e ad essere riscattato attraverso il rito della nuova nascita.
Questo rito di morte e rinascita permette al novizio il “passaggio”
da una vita all’altra, sia che si tratti di quello dalla prima all’ultima
fase dell’infanzia, adolescenza, maturità.
I processi di iniziazione non riguardano solo la psicologia
giovanile, ma di ogni singola fase di sviluppo di un individuo, non ultima
quella del periodo di transizione fra la prima maturità e l’età
media, oggi posizionata tra i 35/40 anni.
Le strutture archetipiche di iniziazione, soprattutto
con significati spirituali e religiosi, sono note fin dall’antichità
come “i Misteri” e presentano caratteristiche affini a quelle
di tutti i rituali ecclesiastici che richiedono un tipo speciale di culto
per la nascita, il matrimonio e la morte.
Vi è una profonda differenza fra il mito dell’eroe
e i riti di iniziazione. Gli eroi esauriscono i loro sforzi nell’ottenere
soddisfazione alle loro ambizioni: in breve essi riescono vittoriosi anche
se subito dopo vengono puniti od uccisi per la loro hybris (il peccato
di orgoglio).
Al contrario, il novizio che affronta l’iniziazione
deve rinunciare ad ogni desiderio e ambizione e sottomettersi alla prova.
Egli deve essere disposto ad affrontarla senza alcuna speranza di successo;
deve essere pronto a morire. E benché quanto gli viene richiesto
possa essere non eccessivamente gravoso, come un digiuno o l’estirpazione
di un dente, oppure particolarmente doloroso (circoncisione, subincisione
o altre mutilazioni), lo scopo rimane sempre lo stesso: ricreare simbolicamente
lo stato d’animo della morte dal quale possa scaturire lo stato
d’animo opposto, quello della rinascita.
Ritengo che entrambe le fasi, quella eroica e quella
iniziatica, soprattutto per il maschile, siano importanti per sperimentare
il passaggio dalla vita da individuo singolo alla vita di individuo nella
coppia e nella società per trovare la sintesi, non il compromesso,
tra le sue esigenze e la resa consapevole a questa nuova fase e nuovo
ruolo dell’esistenza.
Oggi non è necessario ricreare eventi traumatici
o mutilanti. Esistono tecniche esperienziali più dolci ma altrettanto
intessute di simbolismo. Io ad esempio utilizzo l’elemento acqua.
Già i greci identificavano l’aqua con Anima. Afrodite stessa
“nasce dalle acque”. La tecnica si chiama Liquid
Harmony. Si tratta di una sessione in acqua a 37° di
temperatura, basata su rilassamento, leggeri massaggi e streching, simili
al Watsu, ma seguite da immersioni con sempre più lunghe fasi in
apnea. Quindi un percorso lento fino alla morte simbolica e conseguente
rinascita. D'altronde già Giovanni detto il Battista, immergeva
nelle acque del giordano i suoi iniziati.
A tale proposito vi voglio leggere la testimonianza di un uomo al quale
ho praticato una seduta di Liquid Harmony. Così egli descrive la
sua esperienza:
"Un respiro profondo e sono di nuovo giù.
Apro gli occhi e guardo intorno a me: e' una sensazione strana percepire
in maniera così nitida la solidità di ciò che circonda
il mio corpo, mi sento avvolto da un'entità che accoglie e sostiene.
In alcuni momenti ho la sensazione di respirare non attraverso il naso,
ma con tutto il mio corpo; come se il contatto tra il mio corpo e questa
entità attivasse uno scambio del tutto nuovo.
E' la sfida con le mie Paure che mi ha condotto
quaggiù: immersione dopo immersione spingo i miei limiti un po'
più lontano e ogni volta e' una piccola vittoria che fortifica
e nutre la mia audacia. Quanto posso ancora spingermi oltre?
Ma con il passare del tempo mi sento fiaccato e sento cedere la mia volontà
di lottare. Mi rendo conto che il mio Avversario non sta lottando ma assorbe
e trasforma le mie energie.
E allora mi chiedo: a chi giova la lotta? a che serve contrastare qualcosa
così intimamente avvolto a me da essere quasi parte di me?
E d'improvviso una sensazione di abbandono mi assale,
apro gli occhi e sono sdraiato sul fondo della piscina. Mi
sento in pace.
Una mano mi richiama...e' il momento di tornare.
Riemergo e il contatto con l'aria e' caldo come l'abbraccio che mi accoglie."
E’ l’esperienza di un uomo, che inizialmente
combatte, raccoglie la sfida di spingersi oltre il limite, di sperimentare
un atto eroico. Poi sopraggiunge una consapevolezza diversa e dunque sopraggiunge
la resa. Tengo a precisare che questa persona è rimasta sdraiata
sul fondo della piscina per circa 90 secondi!!
Ed ora, per rispetto delle pari opportunità, ecco
la testimonianza di una ragazza:
“La seduta ha toccato il mio sentire nel profondo,
ho vissuto in quell’ora un’esperienza potrei dire illuminante
per la mia vita. Mi sono lasciata cullare da Charles e dal calore dell’acqua
di quella piscina che non potrò più scordare. Ho avuto la
magica sensazione di sentirmi nel ventre materno, ho avuto la sensazione
che mia madre mi stesse carezzando la colonna vertebrale sentendo vertebra
per vertebra, ho sentito nel mio profondo le domande di una madre che
si chiede se sia un bene o un male mettere al mondo (e in un mondo cosi!)
un figlio, ho sentito l’inquietudine e poi una spinta interiore,
una voglia di vivere mai provata, una voglia di essere presente
alla mia vita, di viverla tutta con le gioie e con i dolori, di vivere
il bello e il brutto che ci sarebbe stato. Poi da dentro ho sentito una
spinta ad andare a fondo, volevo ad ogni costo, anche quello di non respirare,
toccare il fondo, volevo sdraiarmi sul fondo e ho fatto credo di tutto
per andarci, non appena Charles me lo permetteva, il tutto in uno stato
non cosciente , ossia non percependo la realtà come si fa di solito.
Io sapevo però che potevo lasciar andare i sensi che uso quotidianamente
perché comunque c’era Charles vicino a me che mi avrebbe
“protetto” da quello che mi sarebbe potuto
succedere affrontando una situazione ad occhi chiusi. Una volta
toccato il fondo ho visto sopra di me una luce e in quel momento
ho sentito la spinta andare verso l’alto e ho iniziato a giocare
con me stessa, a roteare nell’acqua e ho avuto una sensazione
di libertà assoluta, liberta di essere me stessa realmente,
di trovarmi a mio agio in quell’acqua . Non esagero se dico che
per me è stata un’acqua di purificazione, guarigione che
mi ha fatto risplendere e sentire parte di questo mondo non per
caso ma per volontà, la Mia.”
In questo caso risaltano le qualità del femminile,
la capacità di lasciarsi andare, di affidarsi, ma anche di vivere,
di sentire ed accogliere i doni che la consapevolezza le porta.
Questa è la valenza dell’approccio empirico,
il “vivere” esperienze, sperimentare prove o rituali che sviluppano
profonde consapevolezze, che portano alla coscienza verità universali,
che attraverso l’elaborazione successiva inducono a modificazioni
e trasformazioni del proprio approccio alla vita.
Ritengo l’approccio esperienziale di fondamentale
importanza per comprendere e comprendersi, come uomini e come donne, per
ri-conoscere e condividere la ricchezza delle nostre diversità.
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