La diversità nell’uso del
linguaggio ha origine, secondo alcuni Autori, nell’uomo e nella
donna in epoca preistorica. I differenti ruoli svolti nella lotta per
la sopravvivenza hanno portato nel tempo ad una modificazione nel loro
modo di agire e di utilizzare il linguaggio. Compito dell’uomo è
stato per millenni la ricerca del cibo e successivamente la sopravvivenza
materiale della famiglia. Forza, determinazione, capacità di agire
hanno contraddistinto la sua possibilità di successo e di rispettare
il suo compito. La donna, invece, storicamente ha svolto compiti di cura,
di accudimento con la collaborazione delle altre donne sia facenti parte
della famiglia sia costituenti il gruppo dei pari. Da qui l’importanza
dei rapporti interpersonali e dei valori legati alla partecipazione, alla
condivisione e alla ricerca di soluzioni comuni, d’altra parte la
sua stessa sopravvivenza dipendeva dall’accettazione altrui sia
del compagno sia del gruppo.
Il retaggio culturale e secondo alcune ricerche genetico
( sembra esista un differente utilizzo degli emisferi del cervello fra
uomo e donna) ha portato ad un uso differente del linguaggio. E’
evidente che si tratta di generalizzazioni e come tali non rispettano
le singole differenze individuali legate all’unicità della
persona e ai propri percorsi di crescita, ma possono costituire un sottofondo
di cui tener conto, quando analizziamo le differenti modalità comunicative.
Generalmente un uomo utilizza il linguaggio in maniera
pragmatica, esso ha lo scopo di veicolare informazione e trasmettere soluzioni.
Ad esempio se una donna afferma: “Tu non mi ascolti mai”,
un uomo si affretterà a ripetere letteralmente quello che lei hai
detto, interpretando le parole alla lettera e sentendosi immediatamente
“difettoso” agli occhi della sua compagna. Questo farà
infuriare ancora di più la donna che chiede non tanto un attenzione
letterale alle sue parole quanto alla suo “bisogno” di comunicare.
L’uso del linguaggio in maniera strumentale da
parte di un uomo sarebbe frutto della necessità primordiale e culturale
di agire di fronte al pericolo sia esso fisico caccia, nemici, sia esso
simbolico lavoro e difesa del nucleo familiare. La prontezza nell’azione
e nella comunicazione potevano determinare la salvezza dell’individuo
e del suo gruppo. Per questo motivo, nel tempo, la definizione di sé
deriverebbe dai risultati che riesce a raggiungere, da qui la maggiore
importanza data al potere, alla competenza, all’efficienza. Questo
è facilmente spiegabile pensando che fino a 30 anni fa era l’uomo
che si occupava del benessere materiale della famiglia e quindi dalla
sua riuscita derivava il sostentamento e l’apprezzamento del nucleo
familiare. Il ritorno a casa e la riconoscenza della famiglia costituivano
la base della propria autostima e del senso di sé. Nel mutamento
culturale ed economico occorso negli ultimi decenni l’uomo, così
come anche la donna, ha dovuto ridefinire il proprio ruolo e le proprie
modalità di comunicazione senza aver avuto esperienza di nuovi
modelli relazionali.
La donna utilizza il linguaggio generalmente come condivisione,
il porre domande, il dialogare costituisce in se stesso un modo di interessarsi
e prendersi cura dell’altro. Facciamo un esempio: una donna domanda
al suo compagno “che cosa c’è?” vedendolo turbato,
la risposta sarà generalmente “sto bene”, che per la
donna significa “non ho voglia di parlare con te” , per l’uomo
significa “sono un po’ turbato, ma sono in grado di affrontare
il problema da solo, se avrò bisogno di aiuto te lo chiederò”.
Chiaramente la diversa interpretazione se non è esplicitata porterà
conseguenze diverse, la donna si sentirà rifiutata nel suo aiuto,
l’uomo non si sentirà libero di elaborare i suoi pensieri.
Per decenni il ruolo della donna si è identificato
esclusivamente nella crescita dei figli e nella gestione della casa. Il
senso di sé si concretizzava nella qualità dei propri rapporti
interpersonali e nella comunicazione. La maggioranza del tempo la donna
lo trascorreva con altre donne e in attività tipicamente femminili
che le permettevano di attingere ad energie femminili. Nella società
attuale l’ingresso nel mondo del lavoro, che sicuramente le ha permesso
di scoprire e sviluppare anche energie più maschili, l’ ha
indebolita nella sua natura femminile perchè l’accesso a
queste energie è ostacolato dal prevalere di energie maschili nel
lavoro e nella quotidianità dovute anche alla “necessità”
interna di essere super-efficiente. In questo duplice ruolo, lavoratrice
e madre-moglie, ha mantenuto una tendenza a dare che a differenza di un
uomo le rende difficoltoso la capacità di riconoscere i propri
limiti. Un uomo quando torna dal lavoro tenderà a svolgere attività
che lo rilassano legate al fare o al distrarsi (leggere un giornale, guardare
la televisione), una donna sentirà il bisogno e la necessità
di continuare a dare alla famiglia, alla casa, al marito senza riuscire
a interrompere la spirale del fare. La possibilità invece di parlare,
di condividere pensieri, esperienze, un tempo attuata nella quotidianità
al “femminile”, le può permette un ritorno alle proprie
energie che costituiscono la base della sua natura. La sfida fra uomini
e donne sta proprio nelle esigenze che la nostra società impone
di soddisfare, il mutamento culturale e sociale ha inevitabilmente prodotto
la necessità per entrambi di differenziarsi dal proprio ruolo storico
e di attingere a risorse maggiormente latenti: l’uomo può
contattare le sue energie femminili sviluppando la capacità di
ascolto e di comunicazione, la donna deve la sua realizzazione professionale,
in parte, dalle capacità di sviluppare le sue qualità maschili.
Saper ascoltare senza offrire soluzioni può essere
da parte di un uomo un modo di permettere alla donna di recuperare le
proprie energie e di imparare a condividere ed a partecipare. Avere una
compagna che provveda anch’essa al sostentamento della famiglia
è un’opportunità di esplorare altri aspetti di sé
non legati alla competenza e al successo, ma ad energie più sottili.
Come ogni sfida ha in sé possibilità e difficoltà
e sicuramente l’aumento di conflitti all’interno del rapporto
uomo-donna ne è la testimonianza. Nelle relazioni di coppia esse
si fanno più macroscopiche perché maggiori sono le aspettative
e le vulnerabilità in gioco. Il rapporto di coppia apre le porte
della nostra vulnerabilità e con esse di tutte le nostre aspettative
insoddisfatte derivanti dalla nostra infanzia e dai nostri rapporti precedenti.
Più è coinvolgente la relazione più crescono le attese
più diventa importante essere consapevoli e gestire le proiezioni
che quasi inevitabilmente mettiamo in atto. Gli Stone hanno ben evidenziato
come ognuno ricerchi un partner che sia portatore anche dei propri sè
rinnegati e come, passata la fase dell’innamoramento dove l’altro
è semplicemente “perfetto”, i nostri sé primari
riacquistino il controllo e giudichino colui che fino a qualche mese prima
ci è apparso “sublime”. Se a tutto ciò aggiungiamo
gli effetti prodotti dagli stereotipi di genere che per educazione e cultura
ognuno di noi porta in sé, la comunicazione si complica ancor più.
A causa di tali fattori può facilmente accadere di passare da una
fase idilliaca ad una fase conflittuale, dolorosamente oppositiva, che
può portare anche alla fine del sentimento che inizialmente ha
unito la coppia.
Le attese che ciascun protagonista riversa nel partner
e nella coppia derivano dalle ferite emotive, involontarie o volontarie
che ciascuno nel corso della sua infanzia ha inevitabilmente subito, come
ha ben delineato Schellenbaum; esse sono frutto dell’educazione,
della pretesa di un’unione assoluta con i genitori, di una comprensione
totale. Nel momento in cui ci innamoriamo questa aspettativa assopita
in noi si risveglia e proiettiamo sull’altro il nostro bisogno.
I nostri bambini interiori emersi dalla forza dell’innamoramento
pretendono l’amore nella forma e nella maniera da loro sognata.
La ricerca di bene si manifesta sin da bambini, ed è un bisogno
profondo, urgente, vitale, totale. Vogliamo amore, amore incondizionato,
vogliamo sentirci accolti, accuditi, rassicurati, accettati per quello
che siamo, carezzati, abbracciati; vogliamo essere amati con totale dedizione
e nei modi giusti per noi e per il nostro temperamento. E tutte queste
domande di amore sono rivolte inizialmente ai genitori da cui dipende
la nostra sopravvivenza e il nostro benessere, poi successivamente al
nostro partner. Purtroppo così come i nostri genitori neppure il
nostro partner è in grado di soddisfare un bisogno così
assoluto, ma neppure noi nei suoi confronti, e ben presto quello/a che
abbiamo immaginato come principe o principessa si trasforma in un mostro
o strega.
Mi capita di sentire spesso frasi del tipo “Lui/Lei
mi deve capire” e alla mia domanda ma “glielo hai detto? Ne
avete parlato?” “No, se mi ama deve conoscermi e capire, non
c’è bisogno di dire.”. Queste frasi un po’ esasperate
sono nel linguaggio e nel modo di pensare di ognuno di noi. Per il solo
fatto di amare e di essere amati trasformiamo il partner in un essere
assoluto e onnipotente, capace di comprendere ciò che non diciamo,
di soddisfare i nostri bisogni inespressi, e addirittura di farlo nella
forma esatta che noi desideriamo. Chiaramente, non essendo un dio ma solo
un essere umano, ogni partner delude inevitabilmente le aspettative dell’altro
e questo innesca una spirale di accuse e rancori che trasformano spesso
l’amore in un gioco di potere. Trovo interessante soffermarci su
le trasformazioni che l’amore subisce, quando si innescano queste
spirali. Come osserva il poeta svedese Hjalmar Soderberg:
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I surrogati di amore che apprendiamo
durante l’infanzia, non risolti, riappaiono immutati nel rapporto
di coppia.
Il surrogato migliore è l’approvazione, per ottenere la quale
dobbiamo comportarci da “bravi bambini” (essere efficienti
e responsabili, provvedere alle necessità di tutti, sacrificarsi).
Molto spesso neppure questo riesce a colmare i nostri vuoti sia perché
il partner non ha sempre voglia di lodarci e farci sentire indispensabili
sia perché dopo un po’ anche il comportamento più
ammirevole diventa abitudinario.
Allora passiamo ad un surrogato d’amore di livello inferiore: il
dominio, che ci porta ad usare le minacce, le critiche, il lamento o la
pseudofuga per manipolare gli altri e costringerli a darci considerazione,
diventando secondo i casi piccoli dittatori, dei sottili e freddi inquisitori,
delle vittime croniche o degli sfuggenti.
Se infine neppure questa strada funziona non ci rimane che un ultimo surrogato,
l’essere temuti e disprezzati, che potremo ottenere diventando l’opposto
del bravo bambino, cioè “bambini cattivi”, che se ne
fregano, irresponsabili, individualisti, oppositivi perché perfino
l’odio è meglio dell’indifferenza e del vuoto emozionale.
Cigoli definisce il legame che unisce le coppie altamente conflittuali
“legame disperante o disperato” proprio per sottolineare che
il conflitto anche esasperato rimane una forma di riconoscimento, anche
se in negativo, e di legame con l’altro.
Se dobbiamo dare un valore al nostro bisogno di amore pari a 100%, secondo
quanto ne riceviamo nel rapporto possiamo delineare le varie percentuali
di surrogati:
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Chiaramente l’amore e i suoi surrogati
possono essere presenti contemporaneamente, ma, come osservava Carl Gustav
Jung: “Dove la volontà di potere è predominante, l’amore
è assente”.
La nostra società è talmente intrisa di potere sugli altri
e di dominio che molto spesso non le riconosciamo più nella loro
natura. Frasi tipo “lo faccio per il tuo bene”, dove il bene
si concretizza in un’umiliazione, una critica distruttiva, un ritiro
sono interpretate molto spesso come interesse ed attenzione perdendo di
vista ciò che semplicemente è: potere. La supremazia non
crea intimità, trasforma i due soggetti in uno che predomina e
un altro che subisce e viceversa.
Quella parte di noi che più di ogni altra alimenta
e sostiene il rapporto di coppia e che il Voice Dialogue chiama il bambino
vulnerabile scompare di fronte al dominio, perché ha bisogno di
fiducia e amorevolezza per emergere, la competizione non gli interessa.
Il bambino vulnerabile rappresenta la nostra parte più profonda
e intima che crea una forte connessione con l’altro e il suo ritorno
nell’ombra determina un aumento di meccanismi di competizione e
rivalsa con una conseguente diminuzione di comunicazione ed intimità.
L’appagamento che dà l’autorità sugli altri
è sempre unilaterale e dura poco: “Una delle differenze tra
l’amore e il potere è che l’amore appaga entrambi contemporaneamente,
mentre il potere sull’altro appaga solo uno dei due, il vincitore
di quel particolare round, e lo appaga a scapito dell’altro. Insomma,
l’amore è un gioco a somma positiva dove si vince entrambi,
mentre il potere è un gioco a somma zero dove uno vince e l’altro
perde. Non solo, ma nel potere anche chi vince, vince poco: primo perché
il partner alla prima occasione si rifarà, in un modo o nell’altro;
secondo e più importante, perché ogni “vittoria”
che conseguiamo sul piano del potere ci da solo una soddisfazione superficiale
e di brevissima durata, mentre uno scambio di amore ci nutre in profondità
e ci sazia per lungo tempo” (Cheli, 2007).
Chiaramente dove prevalgono strategie di controllo la comunicazione e
lo scambio energetico smettono di essere condivisione e si trasformano
in giochi di potere.
Cosa possiamo fare per evitare queste trappole.
Uscire dalle strategie di potere è possibile, ma per farlo è
necessario:
•
Affinare la nostra consapevolezza su noi stessi e sui drammi del
controllo che mettiamo in atto.
Per aumentare la propria consapevolezza è necessario
prendersi cura della nostra parte vulnerabile ed essere consapevoli delle
dinamiche di vincolo che attuiamo. La capacità di farsi da genitore
diminuisce il rischio di proiezioni ed aumenta la nostra capacità
di volersi bene e di “pretenderlo” anche dagli altri.
Analizzare le modalità comunicative apprese nell’infanzia
e diventarne consapevoli per evitare che agiscano in automatico.
In sostanza acquisire una buona consapevolezza di sé se non per
evitare di agire nel potere sull’altro almeno per acquisirne consapevolezza
ed evitare di sentirsi dalla parte dei “giusti” o del “bene”.
•
Imparare nuove modalità di comunicazione per esprimere
i nostri bisogni e i nostri dolori.
Una delle regole base per comunicare è semplicissima,
ma ognuno di noi molto spesso la dimentica. Evitare di dare per sottinteso
quello che l’altro vuole dire ed essere consapevoli che possono
esistere delle differenze nell’uso del linguaggio. Non solo di genere
come abbiamo visto precedentemente, ma anche di significati. Uno degli
errori più frequenti in ogni tipo di relazione è il dare
per scontato che i nostri interlocutori usino i nostri stessi codici,
diano alle parole il nostro stesso valore, provino le nostre stesse emozioni,
abbiano i nostri stessi obiettivi, speranze e paure: insomma credere che
ci somiglino e che condividano la nostra stessa visione del mondo. Questo
è tanto più vero se l’altra persona appartiene al
sesso opposto e se intratteniamo con lei una relazione sentimentale.
Ognuno di noi elabora un proprio linguaggio: “Anche se parliamo
la stessa lingua, non è detto che diamo alle parole lo stesso significato,
le stesse sfumature emotive, lo stesso valore”(Cheli 2007). Inoltre
la comunicazione verbale è accompagnata da una gestualità,
delle espressioni del volto ed una postura che può sottolineare
il verbale o disconoscerlo creando delle incongruenze comunicative.
Ricordiamo che non conta tanto ciò che diciamo, ma chi lo dice
e di conseguenza come lo dice. Se esprimerò il mio bisogno di attenzione
e di ascolto e lo faccio da un bambino bisognoso o da un conoscitore psicologico
avrò un impatto e una reazione differente che se esprimo la stessa
difficoltà da un adulto in contatto con la propria vulnerabilità.
Inoltre per evitare di sentirsi onnipotente conviene ricordare che l’altro
può avere le nostre stesse difficoltà o forse anche diverse
e che noi contribuiamo alla comunicazione per il nostro 50%. Molto spesso
chi lavora nell’ambito psicologico coltiva un sogno che nel momento
in cui approfondisce la consapevolezza il mondo intorno a lui cambierà
e i rapporti con gli altri si faciliteranno. In realtà il mondo
intorno a lui cambia davvero perché cambia la visione che di esso
ne ha, ma non è detto che i rapporti si facilitano, anzi in alcuni
casi si complicano. Prima perché diventa portatore di cambiamenti
e non sempre e neanche tutti hanno voglia di cambiare e secondo perché
ognuno è responsabile del suo cambiamento che opera principalmente
per se stesso poi c’è l’incontro con l’altro
che è sempre diverso da sé.
•
Porre attenzione ed energia al rapporto di coppia.
Mantenere vivo e sano una relazione di coppia significa
dedicarle cura e tempo. Pensare che per il solo fatto di amare ed essere
amati la relazione crescerà e si svilupperà è un’utopia
e forse un alibi per evitare l’intimità. La relazione con
il nostro partner può essere la maestra delle nostre parti rinnegate,
ma il loro incontro non è né indolore né pacifico.
Saper ritornare sui propri passi e mettere in discussione le nostre convinzioni
vuol dire non solo affrontare una difficoltà ma coltivare un rapporto
e dargli modo di crescere.
Trovare del tempo da trascorrere con il proprio partner al di fuori degli
impegni giornalieri e dedicarsi a lui/lei con la voglia e la curiosità
di conoscerlo è un modo per rinsaldare gli stimoli che ci hanno
unito inizialmente. Molto spesso dopo un certo periodo di relazione particolarmente
se ci sono dei figli tendiamo a vedere il nostro partner principalmente
come il padre o la madre di perdendo di vista gli elementi che ci hanno
fatto innamorare di lui/lei.
Vorrei concludere con la favola che gli Stone utilizzano
all’inizio del loro libro “La coppia viva” che ben esemplifica
la difficoltà di riuscire a vedere l’altro con meraviglia
e stupore.
Questa favola è tratta da un racconto di Laurens Van der Post.
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“C’era una volta un pastore
della savana che allevava mucche in una fattoria del deserto del Kalahari.
La sua vita trascorreva in modo sereno e semplice, ma si sentiva solo.
Una mattina, mentre si recava a mungere le mucche, si accorse che erano
già state munte. Non riusciva a immaginare chi fosse stato, ma
la mattina seguente di nuovo vide che le mucche erano state munte durante
la notte. Il pastore decise allora di nascondersi dietro un cespuglio
per scoprire il mistero. Poco prima di mezzanotte vide una scena straordinaria:
da una scala appesa tra le stelle scendeva giù una moltitudine
di fanciulle. La loro bellezza lo lasciò senza respiro. Ognuno
portava con sé un secchio e, appena toccava terra, cominciava a
mungere le vacche. Continuarono a mungere tutta la notte e quando si avvicinò
l’alba ritornarono su in cielo, risalendo la scala una per volta.
Il pastore era molto triste che le fanciulle celesti se ne andassero e,
perciò, quando l’ultima stava per avvicinarsi alla scala,
uscì fuori dal nascondiglio, la prese per mano e le chiese di diventare
sua moglie. Per quanto possa sembrare strano, la magica fanciulla fu felice
di sposare il semplice pastore.
Una volta a casa la giovane disse a suo marito: “Sono contenta di
averti sposato e ti assicuro che la fattoria continuerà a prosperare,
ma a una condizione. Devi promettermi che non aprirai mai lo scrigno che
ho con me. Se lo aprirai, sarò costretta ad abbandonarti”.
La Fanciulla pose il suo scrigno in un angolo della stanza e la loro vita
in comune ebbe inizio.
Come previsto, la fattoria diventò una delle più prospere
della zona: Tutti i giorni la donna andava nei campi a lavorare e tutto
quello che toccava sembrava benedetto dagli dei. Il pastore era un uomo
felice e, col passare degli anni, crescevano l’amore e la gratitudine
per sua moglie.
Un pomeriggio, mentre lei era nei campi, il contadino andò in casa
a cercare qualcosa e per caso si imbatté nello scrigno che era
stato messo da parte tanti anni prima. Benché si ricordasse dell’ingiunzione
della sua donna, non diede tanta importanza alla cosa: prese lo scrigno,
lo pose sul tavolo e lo aprì, ma con grande sorpresa si accorse
che era vuoto.
Dopo un po’ la Fanciulla delle Stelle ritornò dai campi e,
appena entrata nella stanza, si accorse di quanto era successo. Allora
si rivolse a suo marito con queste parole: “Molto tempo fa ti avevo
chiesto di non aprire mai lo scrigno, perché era molto speciale
per me. Ti avevo detto anche che, se lo avessi fatto, ti avrei abbandonato.
Bene, hai violato il giuramento e questa sera stessa ti lascerò.
Voglio, però, che tu ne capisca la ragione: non ti abbandono perché
hai aperto lo scrigno senza il mio permesso; dopo tutti questi anni poteva
anche succedere. Ti lascio perché quando hai aperto lo scrigno
non ci hai trovato nulla. E’ per questo che non posso più
stare con te”.
E così quando calò la notte la Fanciulla delle Stelle, con
grande tristezza, salì la scala per ritornare in cielo, non perché
il pastore aveva infranto il giuramento, ma perché egli aveva guardato
dentro quello che lei possedeva di più prezioso e non ci aveva
trovato niente. Era stato cieco alla sua magia e la Fanciulla delle Stelle
non poteva più stare con lui.
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